Intervista a Mariangela Galante, autrice di “Ma tu che lavoro fai? Storia di una partita iva ironica e divertita”

Una lettura che racconta, con il sorriso ma anche con tanta verità, la quotidianità, le sfide e i paradossi di chi vive nel limbo del lavoro autonomo in Italia, tra sogni e scadenze. Abbiamo incontrato Mariangela per farci raccontare com’è nato questo libro, cosa significa davvero lavorare in proprio oggi e perché, nonostante tutto, vale ancora la pena di riderci su.

Ma tu che lavoro fai? | Mariangela Galante

Questo è il tuo primo libro o no?

Questo è il mio primissimo libro.

Cosa ti ha spinto a scriverlo?

In realtà non credo di aver “inventato” qualcosa. La storia che racconto nel libro è già valevole di per sé: è vera, è motivante, a tratti surreale e soprattutto sincera. Io ho semplicemente avuto il coraggio (o l’incoscienza) di metterla nero su bianco. Spesso si pensa che per raccontare qualcosa servano grandi imprese o drammi letterari, ma io credo che anche una giornata qualunque da libera professionista, con tutto quello che c’è dentro, meriti di essere raccontata. Ho scritto questo libro perché avevo voglia di far sorridere, ma anche di far riflettere chi vive o ha vissuto lo stesso percorso. In fondo, siamo tanti… solo che nessuno (o quasi) ci ha mai dato la parola. E allora l’ho presa io.

Partiamo dal titolo: Ma tu che lavoro fai? Storia di una partita iva ironica e divertita. Come mai hai scelto proprio questo?

Perché è la domanda che mi sono sentita fare più spesso, e che mette in crisi qualunque libero professionista con una partita IVA. E poi perché ormai ho parecchie prove per affermare che non è solo una curiosità innocente: spesso è accompagnata da una smorfia perplessa, uno sguardo sospettoso o la classica frase di chiusura: “Ah, vabbè, l’importante è che ti piaccia…”. Il titolo è nato quasi da solo, come una sintesi perfetta di tutte le volte in cui ho dovuto spiegare il mio lavoro a chi non ha mai capito se stessi “giocando” al freelance o lavorando davvero. È una domanda che suona buffa, a volte frustrante, ma che nel mio caso ha anche fatto da miccia per raccontare una realtà piena di sfide, creatività e piccoli traguardi quotidiani. In fondo, è da lì che parte tutta la storia.

Quando hai iniziato a scrivere questo libro, da cosa eri mossa?

Soprattutto dal bisogno di mettere ordine in tutto quello che stavo vivendo. Scrivere è stato un modo per guardare con più distacco (e anche un po’ di tenerezza) le situazioni assurde in cui mi trovavo ogni giorno: situazioni quasi surreali, conti che non tornavano quasi mai, trasferimenti lampo e decisioni coraggiose (o incoscienti, boh!). Eppure, in mezzo a tutto questo, c’era anche tanta forza, voglia di farcela e una creatività che non voleva saperne di arrendersi. Non volevo scrivere un “manuale di sopravvivenza”, né un manuale da “maestrina”. Volevo raccontare con sincerità una realtà che riguarda tantissimi, ma che spesso resta invisibile o viene raccontata in modo troppo serio o troppo tecnico. La motivazione più grande? Far sentire meno soli quelli come me. Farli sorridere. E, magari, far dire loro: “Ecco, questa cosa è successa anche a me!”.

Quali sono gli elementi della scrittura più importanti in questo libro?

Sicuramente la voce. Ho voluto che fosse mia, riconoscibile, vicina. Non perfetta, ma vera. Il tono ironico è il filo conduttore: mi ha aiutata a raccontare anche le situazioni più assurde o frustranti senza cadere nel vittimismo. È un’ironia che accoglie, non che giudica. Poi c’è l’onestà. Ho scritto senza filtri, con l’intento di essere sincera, anche quando la sincerità non fa bella figura. Non ho cercato di abbellire le cose o di trasformarmi in un’eroina del lavoro autonomo. Sono una persona che ci prova, che sbaglia, che inciampa e che ci ride sopra. E credo che questo renda il racconto più umano e più vicino a chi legge. Senza alcun piedistallo, oggetto che io odio profondamente. Infine, la leggerezza. Non intesa come superficialità, ma come capacità di alleggerire anche i temi pesanti. Parlare di precarietà, lavoro, fiscalità, identità senza deprimere nessuno: questa per me è stata la sfida più grande… e anche la più bella.

Quali convinzioni sta sfidando il tuo libro?

Prima di tutto, l’idea che chi lavora in proprio lo faccia “in attesa di un vero lavoro”. Come se aprire una partita IVA fosse un passatempo tra un colloquio e l’altro, o un piano B poco credibile. Il libro sfida proprio questa narrazione: essere freelance è una scelta, spesso faticosa, ma pienamente legittima. Non è un ripiego, è un modo diverso di stare nel mondo del lavoro. Poi sfida la convinzione che “fare ciò che ami” sia sufficiente per vivere felici e contenti. Spoiler: non basta. Dietro la passione c’è una valanga di burocrazia, insicurezze economiche, clienti che non pagano e una continua ricerca di equilibrio tra libertà e sopravvivenza. Racconto tutto questo con ironia, ma senza edulcorare perché non serve. Infine, metto in discussione l’idea che parlare di lavoro debba essere per forza serioso o tecnico. Il mio libro dimostra che si può raccontare il lavoro, anche quello difficile, incerto, quotidiano, con leggerezza, umorismo e profondità insieme. Perché ridere non è mai un modo per sminuire: è spesso il primo passo per capire davvero.

Come concili la scrittura con la tua carriera professionale?

Ti risponderò come ho risposto l’altro giorno a mia suocera che mi ha fatto la medesima, legittima, domanda. Scrivo nei ritagli di tempo, che poi tanto “ritagli” non sono: a volte sono ritagli di notte, o di sabato mattina, o nei tempi morti tra una call e l’altra. Però scrivere per me non è un lusso né un hobby: è un bisogno. È uno dei modi che ho trovato per dare senso a quello che vivo, anche professionalmente. E paradossalmente, proprio il mio lavoro alimenta la scrittura. Ogni giornata porta con sé aneddoti, personaggi, insuccessi e grandi soddisfazioni che poi finiscono, inevitabilmente, tra le righe. Quindi sì, è faticoso far convivere tutto, ma è anche ciò che rende il mio racconto vivo, autentico e in continua evoluzione.

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