Intervista a Paolo Mussi, autore di “Protocollo 312 – Il caso Green Beach”
Con Protocollo 312 – Il caso Green Beach, Paolo Mussi esordisce nella narrativa con un thriller che va oltre il semplice mistero investigativo per interrogarsi sui rapporti tra memoria, responsabilità e verità. Ambientato nella Riviera Romagnola, territorio conosciuto e vissuto dall’autore, il romanzo accompagna il lettore in una vicenda dove il passato continua a proiettare la propria ombra sul presente e dove ciò che appare normale può nascondere dinamiche molto più profonde.

Attraverso una scrittura essenziale e una costruzione progressiva della tensione narrativa, Protocollo 312 esplora il modo in cui relazioni, interessi e silenzi possano consolidarsi nel tempo fino a diventare parte del paesaggio quotidiano. Ne nasce una storia che invita a riflettere non solo su ciò che accade, ma anche su ciò che scegliamo di vedere o di ignorare.
In questa intervista abbiamo chiesto all’autore di raccontarci la genesi del romanzo, le motivazioni che lo hanno spinto a scriverlo, i temi che attraversano la narrazione e il rapporto tra la sua esperienza professionale e la scrittura.
Questo è il tuo primo libro o no? Cosa ti ha spinto a scriverlo?
Si, prima esperienza.
Mi ha spinto una domanda semplice: come fanno certi sistemi a sopravvivere nel tempo pur cambiando continuamente volto? Nel corso della vita professionale ho incontrato molte situazioni in cui la realtà apparente era diversa da quella che emergeva osservando con maggiore attenzione.
Da qui è nata l’idea di raccontare una storia in cui il vero protagonista non fosse soltanto un mistero da risolvere, ma il modo in cui relazioni, interessi, convenienze e silenzi possano consolidarsi fino a diventare normalità. Ho scelto la Riviera Romagnola perché è un territorio che conosco e nel quale vivo. Un luogo vitale, luminoso e accogliente, capace però, come ogni comunità complessa, di custodire anche le proprie zone d’ombra. Scrivere questo romanzo è stato per me un modo per esplorare il rapporto tra memoria, responsabilità e verità, attraverso personaggi che cercano di capire non solo cosa sia accaduto, ma perché per così tanto tempo nessuno abbia voluto vedere fino in fondo.
Partiamo dal titolo. Come mai hai scelto proprio questo?
Ho scelto il titolo Protocollo 312 – Il caso Green Beach perché racchiude l’essenza stessa del romanzo.
“Protocollo” richiama l’idea di una procedura, di un metodo, di qualcosa che si ripete nel tempo seguendo regole non sempre esplicite. Nel corso della storia i personaggi scoprono che dietro eventi apparentemente isolati esiste una logica più ampia, una sorta di protocollo non scritto che attraversa gli anni e le persone. Il numero “312” è invece il luogo simbolo della vicenda: una stanza d’albergo apparentemente anonima che diventa il punto di origine di tutto ciò che accade. È il luogo dove passato e presente finiscono per incontrarsi.
Il sottotitolo Il caso Green Beach aiuta a collocare immediatamente il lettore nell’atmosfera della storia. Il Green Beach non è soltanto un albergo: è il centro simbolico di una vicenda che parla di memoria, responsabilità e verità rimaste nascoste troppo a lungo.
Mi piaceva l’idea di un titolo che fosse allo stesso tempo concreto e misterioso, capace di incuriosire il lettore senza svelare troppo.
Quando hai iniziato a scrivere questo libro, da cosa eri mosso?
Quando ho iniziato a scrivere questo libro ero mosso soprattutto dalla curiosità di capire come nascono e si consolidano certi meccanismi collettivi. Mi interessava raccontare una storia in cui il vero mistero non fosse soltanto un fatto accaduto, ma il modo in cui persone diverse, nel corso degli anni, finiscono per accettare come normale ciò che inizialmente non lo era.
Volevo esplorare il rapporto tra memoria e responsabilità, tra ciò che scegliamo di vedere e ciò che preferiamo ignorare. Mi affascinava l’idea che una vicenda apparentemente chiusa potesse continuare a produrre effetti molto tempo dopo, influenzando persone che nemmeno si conoscono tra loro.
Allo stesso tempo desideravo raccontare un territorio che conosco e che amo, la Riviera Romagnola, andando oltre gli stereotipi. Un luogo vivo, dinamico e pieno di contraddizioni, capace di custodire sia la leggerezza della vacanza sia storie molto più profonde.
Credo, quindi, di essere stato mosso da una domanda semplice: quanto tempo può restare nascosta una verità quando tutti, per ragioni diverse, trovano conveniente non guardarla fino in fondo?
Quali sono gli elementi della scrittura più importanti in questo libro?
Gli elementi che considero più importanti in questo libro sono tre.
Il primo è la costruzione progressiva della verità. Ho cercato di sviluppare una storia in cui il lettore scopre i fatti nello stesso modo dei personaggi: attraverso dettagli, collegamenti e intuizioni che, presi singolarmente, sembrano insignificanti ma che, nel loro insieme, finiscono per comporre un quadro più ampio.
Il secondo è il rapporto tra persone e sistemi. Mi interessava raccontare come le responsabilità individuali si intreccino con meccanismi collettivi che, nel tempo, tendono a diventare invisibili e a essere percepiti come normali. Molti personaggi del romanzo si trovano proprio di fronte a questo dilemma.
Il terzo è l’ambientazione. La Riviera Romagnola non è soltanto uno sfondo, ma una presenza costante nella narrazione. I luoghi, le abitudini, il ritmo della vita quotidiana e la memoria del territorio contribuiscono a costruire l’atmosfera della storia e diventano parte integrante del racconto.
Dal punto di vista della scrittura, ho cercato di privilegiare chiarezza, ritmo e dialoghi essenziali, lasciando che fossero soprattutto i personaggi e le loro scelte a guidare il lettore verso il significato più profondo della vicenda.
Quali convinzioni sta sfidando il tuo libro?
Credo che il libro metta in discussione una convinzione molto diffusa: l’idea che i problemi più gravi siano sempre il risultato di azioni straordinarie compiute da persone eccezionali.
In Protocollo 312 ho cercato di raccontare qualcosa di diverso. Spesso i meccanismi più difficili da riconoscere non si nascondono nell’eccezionalità, ma nella normalità. Nelle abitudini, nelle consuetudini, nelle piccole rinunce quotidiane a fare domande o ad approfondire ciò che non appare immediatamente chiaro.
Il romanzo mette anche in discussione l’idea che basti allontanarsi da una situazione per esserne davvero fuori. Molti personaggi scoprono che il passato continua a produrre effetti anche quando si cerca di ignorarlo o di lasciarselo alle spalle.
Infine, il libro indaga una convinzione che riguarda tutti: che vedere e sapere siano la stessa cosa. Nel corso della storia emerge invece come molte persone abbiano visto frammenti della verità senza riuscire, o senza voler tentare, di collegarli tra loro.
In questo senso, Protocollo 312 è un romanzo sulla responsabilità dello sguardo prima ancora che sulla ricerca della verità.
Come concili la scrittura con la tua carriera professionale?
Per molti anni la mia attività professionale ha occupato gran parte del mio tempo e delle mie energie. La scrittura è arrivata in modo diverso: non come un’alternativa al lavoro, ma come un’estensione della mia naturale curiosità verso le persone, le relazioni e i meccanismi che regolano la vita professionale e sociale.
Non considero la scrittura separata dalla mia esperienza lavorativa. Al contrario, molte delle osservazioni, delle dinamiche umane e delle situazioni che ho incontrato nel corso degli anni hanno contribuito a formare il mio modo di raccontare le storie.
La conciliazione avviene soprattutto attraverso la disciplina e la passione. Scrivo nei momenti che riesco a ritagliare dagli impegni professionali e personali, spesso tornando sulle stesse pagine più volte. È un processo lento ma stimolante, che mi permette di guardare la realtà da una prospettiva diversa.
In fondo, la mia attività professionale e la scrittura condividono un elemento fondamentale: l’interesse per le persone, per le loro motivazioni e per le conseguenze delle loro scelte.
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