Intervista a Roberto Gambino, autore di “È tutta colpa del sindaco”

È tutta colpa del sindaco non nasce dall’ambizione di consegnare ai lettori un’autobiografia politica né tantomeno un bilancio amministrativo. È il tentativo di restituire, con sincerità e senza filtri, ciò che significa vivere quotidianamente il ruolo di sindaco, quando le decisioni non sono più soltanto atti amministrativi ma diventano responsabilità umane.

Roberto Gambino | SimplyBook

Questo libro non pretende di offrire verità assolute. È piuttosto una conversazione aperta con chi desidera comprendere cosa accade dietro le porte di un municipio, quali dubbi accompagnano ogni scelta e quale prezzo personale comporti amministrare una comunità. Se il lettore, arrivato all’ultima pagina, riuscirà a vedere il ruolo del sindaco con uno sguardo più umano e meno stereotipato, allora l’autore avrà raggiunto il suo obiettivo.

Questo è il tuo primo libro?

Sì, è il mio primo libro. Non avevo mai sentito prima l’esigenza di raccontarmi attraverso la scrittura. Ho sempre preferito che fossero il lavoro e i fatti a parlare. Tuttavia, al termine della mia esperienza amministrativa, ho avvertito il bisogno di fermarmi e mettere ordine nei ricordi, nelle emozioni e nelle tante vicende vissute. Questo libro rappresenta il punto d’incontro tra la mia esperienza istituzionale e quella personale.

Cosa ti ha spinto a scriverlo?

La motivazione principale è stata il desiderio di raccontare cinque anni di sindacatura andando oltre i resoconti ufficiali. Ho voluto raccontare soprattutto la persona dietro la fascia tricolore: le paure, i dubbi, le responsabilità, la solitudine di alcune decisioni e la soddisfazione per i risultati raggiunti. Credo che chi amministra una città debba essere ricordato non soltanto per gli atti firmati, ma anche per l’umanità con cui ha affrontato il proprio ruolo.

«È tutta colpa del sindaco». Come mai hai scelto proprio questo titolo?

È un titolo volutamente provocatorio, ma anche profondamente realistico. Chi ricopre il ruolo di sindaco diventa inevitabilmente il punto di riferimento di ogni problema della città. Qualunque cosa accada, dall’illuminazione pubblica fino alle grandi emergenze, la frase che si sente più spesso è proprio: «È tutta colpa del sindaco».

Ho scelto questo titolo perché racchiude perfettamente il peso delle responsabilità che un amministratore porta sulle proprie spalle. Ma, allo stesso tempo, invita il lettore a scoprire cosa c’è davvero dietro quella frase così semplice e così frequente.

Quando hai iniziato a scrivere questo libro, da cosa eri mosso?

Non dal desiderio di difendermi né da quello di celebrare il mio operato. Ero mosso dalla volontà di lasciare una testimonianza autentica di un periodo storico straordinario, vissuto in prima linea. Sentivo il dovere di raccontare ciò che spesso rimane invisibile: il lavoro quotidiano, le rinunce personali, la pressione costante e il difficile equilibrio tra il ruolo pubblico e la vita privata.

Quali sono gli elementi della scrittura più importanti in questo libro?

Prima di tutto la sincerità. Ho scelto di non costruire un racconto autocelebrativo, ma una narrazione onesta, capace di mostrare anche i momenti più difficili e le fragilità. Un altro elemento fondamentale è la memoria: molti episodi che racconto non sono mai comparsi nei comunicati ufficiali, ma sono quelli che meglio spiegano cosa significhi amministrare una città.

Infine, c’è il dialogo. Il libro nasce da una conversazione e conserva volutamente quel tono diretto, spontaneo e confidenziale, affinché il lettore abbia la sensazione di ascoltare una storia raccontata senza maschere.

Quali convinzioni sta sfidando il tuo libro?

Sfida l’idea che la politica sia soltanto strategia, propaganda o ricerca del consenso. Dietro ogni scelta amministrativa esistono persone, emozioni e responsabilità enormi. Sfida anche la convinzione che un sindaco possa controllare tutto. In realtà esistono limiti normativi, economici e umani che spesso i cittadini non conoscono.

Vorrei che questo libro aiutasse a comprendere che amministrare significa decidere anche quando nessuna delle alternative è davvero perfetta.

Come concili la scrittura con la tua carriera professionale?

La scrittura ha trovato spazio soprattutto nei momenti di riflessione, lontano dagli impegni quotidiani. Non è stata un’attività separata dalla mia esperienza professionale, ma una naturale prosecuzione di essa. Scrivere mi ha permesso di rileggere con maggiore lucidità ciò che avevo attraversato, trasformando vicende personali e amministrative in una testimonianza che spero possa essere utile non solo a chi ha vissuto quegli anni, ma anche a chi un giorno sceglierà di mettersi al servizio della propria comunità.

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