Intervista ad Alfonso D’Ambrosio, autore di “La scuola che sogniamo”

In questa intervista Alfonso D’Ambrosio ci guida all’interno di La scuola che sogniamo, un libro che prende forma dall’esperienza quotidiana e da un bisogno profondo di ridare significato al discorso sulla scuola. Lontano da slogan, semplificazioni o visioni astratte, l’autore intreccia il proprio percorso professionale ed esistenziale per raccontare una scuola praticabile, già presente nelle azioni di chi educa con attenzione, prospettiva e fiducia.
Attraverso una scrittura concreta e trasparente, D’Ambrosio riflette su innovazione, benessere e comunità educante, mettendo in discussione alcune convinzioni radicate e offrendo uno sguardo autentico sul cambiamento. Ne nasce un dialogo che invita a pensare
la scuola non come un’utopia irraggiungibile, ma come un progetto condiviso, da realizzare gradualmente.
Questo è il tuo primo libro o no?
No, non è il mio primo libro. Negli anni ho scritto diversi testi legati alla didattica, all’innovazione educativa e alla scuola come comunità di apprendimento. La scuola che sogniamo, però, è diverso dagli altri: è il libro più personale, quello in cui esperienza professionale e vissuto umano si intrecciano in modo esplicito.
Cosa ti ha spinto a scriverlo?
La necessità di restituire senso. Negli ultimi anni la scuola è stata raccontata spesso attraverso emergenze, slogan o contrapposizioni. Io sentivo il bisogno di raccontare ciò che funziona davvero, ciò che esiste già nelle scuole quando si lavora con cura, visione e fiducia. Questo libro nasce dal desiderio di dare voce a esperienze reali e di dimostrare che una scuola diversa non è un’utopia, ma una possibilità concreta.
La scuola che sogniamo: partiamo dal titolo. Come mai hai scelto proprio questo?
Perché il sogno non è evasione, ma progetto. Il titolo richiama l’idea di una scuola che immaginiamo insieme, ma che possiamo anche costruire passo dopo passo. Non “la scuola ideale”, né “la scuola perfetta”, ma una scuola possibile, che nasce dai bisogni reali di bambini, docenti e comunità.
Quando hai iniziato a scrivere questo libro, da cosa eri mosso?
Dall’esperienza quotidiana. Dalle domande che mi ponevo come dirigente scolastico, dalle osservazioni in classe, dalle conversazioni con insegnanti, famiglie, studenti. Scrivevo per mettere ordine, per capire, per non perdere ciò che avevamo imparato facendo. È una scrittura che nasce dall’agire, non dal distacco.
Quali sono gli elementi della scrittura più importanti in questo libro?
La concretezza e l’onestà. Ho scelto una scrittura accessibile, narrativa, capace di raccontare pratiche reali senza trasformarle in ricette o modelli rigidi. È una scrittura che
alterna riflessione, racconto e proposta, perché credo che il cambiamento educativo passi
anche dal modo in cui lo raccontiamo.
Quali convinzioni sta sfidando il tuo libro?
Che l’innovazione sia solo tecnologia.
Che il benessere sia un tema “secondario”.
Che la scuola non possa cambiare davvero.
Il libro sfida l’idea di una scuola fatta solo di programmi, voti e adempimenti e propone una visione in cui gli ambienti, le relazioni, la cura e il tempo educativo sono parte integrante dell’apprendimento.
Come concili la scrittura con la tua carriera professionale?
Non le concilio: le intreccio. Scrivere è parte del mio lavoro educativo. Mi aiuta a riflettere, a rallentare, a dare senso alle scelte quotidiane. Spesso scrivo di notte, nei momenti di silenzio, ma ciò che scrivo nasce sempre dalla scuola vissuta ogni giorno, non da una distanza teorica.
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